LA VITA E LE ORIGINI DEL CULTO DI SANT’AGATA
La Festa di Sant’Agata è la più importante e nota festa religiosa della città di Catania. La santa catanese, morta nel 251 d.C., durante la persecuzione cristiana, è la patrona della città siciliana. Nacque da una nobile famiglia, e durante la sua breve fu sottoposta a innumerevoli torture e violenze, per essersi opposta alla seduzione del proconsole Quinziano e per non aver mai abiurato la sua fede.
Nell’arte viene raffigurata mentre tiene in mano un vassoio con i suoi seni, simbolo del suo martirio. Viene festeggiata dal 3 al 5 febbraio, per commemorare il suo martirio, mentre il 17 agosto viene celebrato il ritorno a Catania della sua salma da Costantinopoli, dopo essere state trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace come bottino di guerra. I resti di Sant’Agata rimasero nella capitale bizantina per 86 anni.
La festa di Sant’Agata è stata eletta dall’UNESCO “bene etnoantropologico patrimonio dell’umanità” nel mondo.
LA VITA DI SANT’AGATA
La storia narra che nel III° secolo dopo Cristo qui viveva una giovane ragazza di nome Agata (il cui nome, in greco antico, significa la buona). Ella apparteneva a una nobile famiglia, il cui padre Rao sembra fosse, per via indiretta, imparentato con l’imperatore Nerone. La famiglia di Agata era ricca e possedeva terreni e case sia in città (si dice che la casa natale fosse nel quartiere della Civita) che a San Giovanni Galermo, un villaggio situato nelle vicinanze.
La tradizione ci dice che la santa morì appena adolescente (anche se secondo studi storico-giuridici doveva avere almeno 21 anni) e, dato che il martirio avvenne con certezza nel 251 d.C., si suole indicare il 235 d.C. come data della sua nascita. Quindi, all’età di circa 15 anni e dopo averlo tanto desiderato, Agata andò in sposa a Cristo pronunziando il voto di verginità: il vescovo, con una cerimonia detta velatio, le impose quindi velo rosso fiamma detto flammeum. A quel tempo l’imperatore di Roma era Decio. Appena un paio d’anni prima, quando era salito al potere, da uomo energico qual era aveva deciso di ripristinare l’antica potenza di Roma che, nonostante fosse nel pieno del suo splendore, lasciava intravedere l’inizio del declino della sua forza.
IL TENTATIVO DEL RIPRISTINO DEL CULTO DEGLI ANTICHI
Decio, quindi, oltre a combattere con tutte le sue forze la corruzione si diede da fare per ripristinare il culto degli antichi dei e distruggere, almeno formalmente, il cristianesimo. Emanò quindi nel 249 d.C. un editto di persecuzione contro i cristiani. Chiunque non offrisse pubblicamente, un sacrificio propiziatorio (supplicatio) agli dei romani era passibile di incarcerazione, confisca dei beni, esilio, tortura e anche di morte. In pratica, però, le condanne che dovettero essere applicate furono molto probabilmente solo il carcere e/o la confisca dei beni. Prova di ciò è che San Cipriano, vescovo di Cartagine dal 249 al 258 d.C., nel suo libello sui cristiani apostati non riferisce di alcun martirio. In questo clima di persecuzione formale che si avviava già alla fine, si inserisce la figura di Quinziano, potente proconsole romano che reggeva la città di Catania. Sembra che Quinziano si sia invaghito della bella e ricchissima Agata, che oltre alle sopradette qualità era imparentata con la potente famiglia dei Colonna. Quinziano, approfittando dell’editto di Decio, fece arrestare Agata con l’accusa di essere una cristiana. Poi tentò in tutti modi di corromperne il carattere affidandola ad Afrodisia, famosa cortigiana dell’epoca, e alle sue nove (come la tradizione ci racconta) figlie.
Afrodisia dopo aver tentato in vari modi di fuorviare Agata, passato un mese, la riaffida sconfitta al proconsole. Questi prova allora con le minacce e infine con la tortura. Le fa praticare diverse sevizie fino a farle strappare i seni dai carnefici che tuttavia, narra la leggenda, le ricrescono grazie a San Pietro che la cura durante la notte. Non essendo riuscito a piegarla, nel febbraio del 251 d.C., la condannò a essere bruciata viva sui carboni ardenti. Sembra che un terremoto sconvolgesse la città nel momento in cui i carnefici portavano Agata nella fornace. Questo (e la Lex Laetoria, che proteggeva i minori di 25 anni) suscitò clamore fra i cittadini che chiesero la salvezza di Sant’Agata. I tumulti spinsero allora Quinziano a far rimettere in carcere Agata, dove morì però poche ore dopo a causa delle ferite riportate. Le sue spoglie furono probabilmente sepolte nel non lontano cimitero paleocristiano. E poi traslate nella chiesa di Sant’Agata la Vetere, antica Cattedrale di Catania.
LE ORIGINI DEL CULTO AGATINO
Le origini del culto agatino risalgono all’anno successivo al martirio di Lei, al 252. La conversione collettiva del popolo alla fede si ebbe col primo miracolo compiuto dal Velo agatino che immediatamente arrestò il fiume di lava che si dirigeva verso la città.
Diversa è invece l’origine della festa. Si perderebbe nella notte dei tempi. Alcuni studiosi del sei-settecento, tra cui Pietro Carrera e Francesco Privitera, accennano che già molti secoli prima della nascita della Santa, per predizione o veggenze di sibille e profeti nella Catania pagana, il popolo recava in giro per le piazze e le strade la statua di una Vergine col bambino simboleggiante la futura madre del Redentore; “giro”, affermano gli studiosi, “che fu un abbozzo della festa della Vergine e Martire Agata sua figlia e discepola, qual come erede della materna condotta verso la città di Catania”.
IL CULTO DI ISIDE E LA FESTA DI SANT’AGATA
Le origini della festa di Sant’Agata si ritiene che si perdano nella notte dei tempi. Sembra infatti che, prima della nascita di Agata, si svolgesse una festa pagana durante la quale la statua di una vergine era condotta per le vie della città. va riferita un’altra antica tradizione frequentemente accostata ad alcuni riti e usanze ancora oggi in uso nella festa di S. Agata, cioè il culto di Iside. Secondo quanto riferisce lo studioso Emanuele Ciaceri che cita la descrizione lasciata dal filosofo Apuleio nella celebre Metamorfosi, (II secolo d. C.) l’antica festa di Iside in Corinto avrebbe parecchi punti in comune con la festa di S. Agata. Secondo Emanuele Ciaceri le due feste hanno caratteristiche comuni. Vediamo perché:
- La festa dedicata a Iside era una festa marinara, poichè il rito imponeva la processione verso il mare laddove veniva consacrata alla dea la nave che poi sarebbe stata slanciata nel mare. E d’indole marinara all’origine, spiega Ciaceri, pare fosse la festa di S. Agata. La processione dal tempio scendeva alla marina, come avveniva in Corinto, non per lanciare in mare la nave, ma perché là era approdata la barca recante le Sacre Reliquie della Santa da Costantinopoli.
- L’origine del sacco bianco. Anche il sacco bianco dei fedeli era in sintonia con il vestito bianco dei sacerdoti di Iside. Alla processione gli adepti della dea Iside recavano sugli abiti una tunica di lino bianco simile all’attuale sacco agatino.
- Alla festa, grande ruolo svolgevano le donne. Non mancava infatti il ricorso alla mascherata come avveniva nella festa celebrata a Corinto. Il riferimento è al rito delle “ntuppateddi” in voga fino allo scorso secolo, quando le donne usavano mascherarsi. Si sarebbero offerte per quel giorno alle galanterie degli uomini pur non facendosi riconoscere. Donne che, maritate o nubili sovvertendo l’ordine sociale che li voleva remissive e casalinghe, andavano durante la festa in giro per la città. Mascherate come le donne di Corinto, usavano irretire gli uomini e conversare con conosciuti e sconosciuti.
- Nel 1522, Alvaro Paternò patrizio catanese, stabilì nel Liber cerimoniarum, forse il primo cerimoniale per i festeggiamenti agatini, che le donne portassero i cosiddetti occhiali, una sorta di velo che lasciava scoperti soltanto gli occhi. Sostituiti da lunghi mantelli, che coprivano il volto, furono anche questi abbandonati nel 1868.
- Ancora altre somiglianze possono vedersi in relazione all’attributo delle mammelle. La dea Iside era, tra l’altro, il simbolo di sposa e madre che rappresentava la forza produttrice della natura. Sicché durante il rito, un ministro del culto portava in mano un vasetto d’oro a forma di mammella e alla presenza del popolo faceva libazione di latte. Il riferimento alla festa di S. Agata consiste nel seno strappato alla Santa, in forza del quale durante la festa agatina le donne sofferenti offrono oggi mammelle di cera quale riconoscenza per la guarigione ottenuta. I sacerdoti di Iside, infatti, effettuavano libagioni con il latte prelevandolo da un contenitore a forma di mammella e anche nel culto di Agata si ha, nell’estirpazione delle mammelle, un momento importante. La Santa è infatti protettrice delle donne con malattie al seno. Infine il velo di Agata richiama quello di Iside. In effetti, un processo di sostituzione/appropriazione delle credenze pagane con quelle cristiane, anche mediante l’utilizzo degli stessi attributi o caratteristiche più difficili da cancellare perché parte del patrimonio collettivo, è stato portato avanti per secoli da parte della Chiesa cristiana.
- Al velo di Iside, si sarebbe sostituito il miracoloso Velo agatino.
LA VENERAZIONE DI SANT’AGATA
Agata fu venerata fin dall’anno dopo la sua morte, nel 252 d.C., quando sembra che il suo velo portato in processione fermò un’eruzione lavica dell’Etna che minacciava Catania. Da allora numerosi furono i miracoli che le furono attribuiti. Ma il primo festeggiamento in onore di Agata, anche se non organizzato, fu in occasione del ritorno delle spoglie mortali da Costantinopoli a opera di Gilberto e Goselino il 17 agosto del 1126.
I due soldati rubarono il corpo che era custodito in una chiesa a Costantinopoli e attraversando il mar Mediterraneo giunsero a Messina, in Sicilia. Per via di terra arrivarono al castello di Aci (vicino Catania) dove il vescovo Maurizio, che ordinò la costruzione del primo scrigno ligneo per contenerne i resti, li stava aspettando. I catanesi appena seppero che S’Agata era ritornata nella loro terra si riversarono nelle strade per festeggiare. Ma feste e manifestazioni popolari, a eccezione del ritorno dei resti mortali della Santa non se ne ebbero per lunghi anni. Infatti, il 4 febbraio 1169, il devastante terremoto che sconvolse Catania fece perire migliaia di fedeli e officianti nella cattedrale di Catania, durante la celebrazione di una messa.







